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 Hai anche tu la sensazione che la parola creatività venga usata un po’ a sproposito, negli ultimi anni?

Credo che processo creativo e creatività siano da sempre idealizzati.

Pensando a un creativo potrebbe venirti in mente qualcuno vestito in un certo modo, un po’ originale, forse addirittura soggetto al consumo di sostanze stupefacenti (dopotutto è ormai tanto comune quanto sbagliato pensare che per avere idee brillanti serva un aiutino).

In realtà tutti siamo creativi, perché la creatività è la capacità di trovare delle soluzioni inusuali ai problemi e attenzione, tutti possediamo questo potere.

La cena preparata con gli avanzi della settimana, per esempio, è un puro atto creativo e il processo creativo è tutto ciò che va dal momento in cui apri il frigo a quando ti accomodi a tavola.

La creatività, se ci pensi, va a braccetto con l’esperienza e la conoscenza.
Ecco perché si può dire che si tratta di una skill (il problem solving appunto) e che può essere sviluppata e allenata.
Più riusciamo a esercitarla, più diventa forte e veloce nelle risposte che ci offre.

Ti ho appena fatto cadere un mito?
Preparati perché ne ho altri da smontare.

Falsi miti sul processo creativo.


Progettare non fa rima con fotosciòp o Canva.
Aprire un modello di Canva e lavorarci va bene, ma non significa essere creativi, elaborare un concept, dare significato alle cose.

E che bello quando arriva un progetto in cui ci si può sbizzarrire e lasciar correre la fantasia!
Di certo le idee folgoranti non ci mancheranno, perché gli amici non fanno che ripeterci “Quanto sei geniale”!

Ehm, no, non funziona così.

Il processo creativo è fatto di molte idee sbagliate, fallimenti e frustrazioni, finché a furia di ricercare, lavorare e limare si ottiene un risultato accettabile, pienamente soddisfacente e solo infine oltre le aspettative e – con un po’ di fortuna – grandioso.

Il risultato raramente nasce da un’illuminazione divina, è molto più spesso il prodotto di un metodo collaudato e legato alla disciplina.

Nel suo libro The Art of Thought del 1926, Graham Wallas riconosce 4 fasi all’interno del pensiero creativo, fasi che ci accomunano tutte/i e che attraversiamo in modo naturale, più o meno consapevole, ogni volta che progettiamo qualcosa.

Fase 1: preparazione e pensiero laterale.


Questo è il regno di appunti, questionari, schizzi e idee non troppo complete, perché prima di compiere qualsiasi azione, raccogliamo dati.
Ti poni in modalità ricettiva e di ascolto, osservi e pensi in modo libero.

Pensare in modo libero significa prendere in considerazione anche elementi apparentemente insignificanti, che possono diventare preziosi per fare la differenza.

Spesso è a questo punto che si mettono in moto le dinamiche tipiche del pensiero laterale, ossia quell’approccio indiretto che considera la questione da affrontare da prospettive diverse.
È il pensiero laterale che ti permette di trovare risposte inusuali e non scontate e va a spasso con il processo creativo dall’era dei tempi. Sono proprio migliori amici.

Quindi accomodati e inizia a creare connessioni dove prima non ce n’erano, a costruire, distruggere e ricostruire.

Se hai la possibilità di fare brainstorming, questo è il momento perfetto.

Fase 2 del processo creativo: incubazione.


Qui ci sono due possibilità:

  • te la sbrighi in qualche giorno
  • ne riparliamo tra qualche settimana (o mese, o anni…).

Dipende sempre da chi sei e cosa devi creare: è chiaro che, se come me, ti occupi di graphic design non puoi impiegare anni sui progetti dei tuoi clienti, perciò avrai sviluppato un tuo procedimento.

Questo è uno step in cui spesso regna la frustrazione. I pensieri sono disordinati, a volte addirittura oscuri.
Ora è importante elaborare tutto e trovare il modo migliore per “mettere a terra” e rendere reale tutto quanto. Ci riuscirai a tempo debito, sono sicura.

Fase 3: la tanto bramata illuminazione!


L’illuminazione esiste.
Non sarà divina, dicevamo, ma arriva e quando lo fa è molto concreta.

Finalmente caos e oscurità lasciano il posto alle soluzioni, le idee arrivano in maniera più lucida e la chiarezza si fa strada, suggerendoci come rendere tangibile ciò che abbiamo in mente.

A volte arriva con fatica, dopo uno sforzo prolungato, altre volte in maniera fulminea, spesso di notte in sogno o mentre fai la doccia.

Agatha Christie diceva che il momento migliore per concepire i suoi libri era quando lavava i piatti!

Anche prenderti un tempo per non fare nulla significa dare la possibilità ai pensieri di prendere da soli una nuova forma.
È proprio in quei momenti che, a volte, le idee si rivelano sorprendentemente.

Fase 4: valutazione e verifica.


@ Visual Identity | Hotel Tre Torri

Ora fai molta attenzione: potresti innamorarti della soluzione che hai trovato (capita a tutti) ma funziona?
La fase di verifica chiude il processo creativo, perché il pensiero critico servirà a capire se il parto creativo della tua mente risponde al motivo per cui è nato.

Se lo fa, ottimo, ce l’hai fatta!
Se invece valuterai che quel che hai prodotto è migliorabile o addirittura sbagliato, lavora di cesello: di certo sei sulla strada giusta, ti rimane solo di capire come imboccarla.

Al posto del cesello, considera di sfruttare il concetto del “rasoio di Occam”:

«È inutile fare con più ciò che si può fare con meno.»

Il “rasoio di Occam” è un principio metodologico che, attraverso la metafora del rasoio, appunto, indica di scegliere, tra più soluzioni possibili di un problema, quella più semplice. (wikipedia docet).

In sostanza, all’interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno ricercate la semplicità e la sinteticità.
Ma ehi, la soluzione più “semplice” non è quella che affiora per prima alla mente. È anzi quella che, solo una volta affrontati i limiti ed eliminate le complicazioni, appare chiara, coerente e di immediata comprensione.

L’applicazione del design thinking che non ti aspetti.


All’inizio di questo articolo ti ho parlato di un’applicazione tipo, quotidiana, della creatività: preparare la cena.
Ora vorrei raccontarti brevemente un altro contesto in cui diamo sfogo alla creatività, un po’ inusuale per i comuni mortali: l’investigazione.

Conosci Patrick Jane, The Mentalist?
Se non lo conosci puoi recuperare la serie TV crime che lo vede protagonista, altrimenti so che riuscirai comunque a seguire il mio discorso.

Patrick Jane è un consulente del “California Bureau of Investigation”, un’agenzia statale di investigazione americana che si occupa in prevalenza di omicidi.

Il processo che utilizza per risolvere i casi è davvero tanto simile a quello che ti ho appena descritto e che anche io, come designer, metto in moto quando lavoro su un progetto grafico di identità visiva.
Patrick, in pratica:

  • verifica ogni ipotesi da vari punti di vista e trova soluzioni, anche rompendo le regole;
  • non procede alla cieca o aspettando che la soluzione caschi dal cielo, tanto meno si accontenta di un risultato mediocre o banale, approfondisce ogni dettaglio senza lasciare nulla al caso, lavora con metodo e concentrazione;
  • delinea percorsi e processi creativi considerando tutti gli elementi a sua disposizione e avendo sempre ben presente chi deve aiutare;
  • affronta tutto con ironia, leggerezza, curiosità ed entusiasmo, quindi in modo positivo e propositivo (non pesante ma tutt’altro che superficiale);
  • si relaziona alle persone con attenzione e attivamente, va oltre ciò che viene detto o mostrato esplicitamente; 
  • si spinge sempre un po’ più in là di quella che potrebbe essere la prima soluzione possibile, non si accontenta.

Vedila così: ogni caso da risolvere è un progetto, dalle dinamiche sempre diverse e imprevedibili e anche se la struttura dei casi più o meno è sempre la stessa, è la soluzione finale e ingegnosa che ne esprime l’unicità e la validità.

Funziona allo stesso modo per una graphic designer come me.

Cosa significa progettare?


Progettare è prima di tutto quell’azione cognitiva, intuitiva, creativa e immaginifica che nutriamo di domande e alimentiamo di ipotesi da verificare.

Se un designer riesce a “leggerti nella mente”, come Patrick Jane, è perché si è fatto le domande giuste, ha attivamente partecipato alla relazione tra te e il tuo progetto diventandone responsabilmente parte integrante, ha l’esperienza e la formazione per trovare la soluzione migliore per te.

Il bello o brutto non bastano, perché il design (la progettazione) svolge prima di tutto una funzione, adempie a uno scopo, veicola un messaggio.

Può un logo fare questo? SSSì.

Può una selezione studiata e curata di colore e tipografia fare questo? Certo.

Può un’immagine coerente e coordinata amplificare il potere del tuo messaggio? Assolutamente.

Quando progettiamo i nostri contenuti, quando affidiamo a un professionista la nostra identità visiva, non lasciamoci travolgere dalla smania del fare inconsapevole.
Pensiamo al nostro caro Patrick e facciamo le mosse giuste. Che ne dici?

La tua prossima mossa potrebbe essere proprio questa: prenotare subito una call conoscitiva gratuita per conoscerci! 😜


Dì la verità, anche tu hai iniziato creandoti un logo su Canva o su qualche tool gratuito online. Rilassati perché lo hanno fatto tutti – tranne i graphic designer o chi ne ha in casa uno – e non ho intenzione di tirarti le orecchie; vorrei anzi raccontarti a modo mio perché il tuo brand merita un logo che coroni la tua identità visiva.

Per esempio, il tuo attuale logo ha considerato il significato dei colori, delle forme e ha prestato attenzione alla scelta del font, tenendo a mente l’aspetto psicologico che ci permette di attribuire un senso e un’emozione a ciò che vediamo?

Se la risposta è no, potrebbe servirti un bel restyling del tuo logo perché, che tu lo voglia o meno, ogni volta che qualcuno vedrà il logo del tuo brand, proverà una sensazione: sta a te – e al graphic designer che sceglierai – fare in modo che evochi quella giusta.

Sei qui perché probabilmente stai già maturando il desiderio di avere un logo professionale che contenga l’essenza del tuo brand, lo renda riconoscibile e lo accompagni ovunque. Spesso è questa la ragione per cui un mattino un freelance si sveglia e cerca un grafico o una grafica: per farsi creare il logo.
È così che nasce un percorso a due fatto di introspezione, analisi, progettazione e solo alla fine di creazione del logo, anche in quel benedetto formato vettoriale che tutti gli stampatori ti chiederanno per produrre tutto il tuo materiale cartaceo, gadget e via discorrendo.

Perciò oggi, mentre cercavi il grafico o la grafica per il tuo logo, hai trovato questo articolo.
Sono contenta, perché l’ho scritto apposta per darti una mano a capire cos’è e come deve essere un logo efficace, cosa puoi aspettarti o chiedere al professionista che sceglierai.

Cos’è un logo e qual è la differenza tra logo e marchio.


Le parole logo e marchio spesso sono utilizzate come sinonimi, eppure esiste una differenza tra logo e marchio, soprattutto in termini di tutela legale.

Il logo – abbreviazione di logotipo – è la rappresentazione grafica di un marchio.
È uno degli elementi dell’identità di un brand che si possono registrare e tutelare. Può essere appunto un logotipo, un pittogramma, un monogramma o un ideogramma e in alcuni casi può comprendere il payoff o una tagline.

Il marchio è formato da elementi visivi, testuali e anche sonori che identificano il brand e lo rendono subito riconoscibile.
La marca – che siamo ormai abituati a chiamare brand – comprende, invece, strumenti tangibili e intangibili insieme: è un concetto più astratto che coinvolge la percezione del consumatore (e per questo si può e si deve tutelare il marchio).

Ma quindi, come scegliere un logo efficace per la tua attività?

Sei proprio il mio (logo) tipo.


Quando il logo è efficace, ben progettato e anche conosciuto, basterà pronunciare il nome di una determinata azienda per visualizzarne subito il logo nella nostra mente.

Proviamoci insieme: se ti dico TESLA, cosa vedi?
L’iconica “T” del logo del brand funziona a più livelli profondi:
• è una “T”, quindi richiama il nome aziendale
• rappresenta la sezione di un motore elettrico inventato da Nikola Tesla, da cui l’azienda prende il nome e a cui si ispira
• ricorda il naso di un felino. (Ehm, ok, quest’ultima è una stupidata nata da un vecchio commento di un utente di Twitter a Elon Musk in persona). 

Credo che questo fenomeno sia un’estensione della volgarizzazione del marchio, ovvero quel meccanismo mentale che ci porta a definire un oggetto con il nome del marchio che, nella nostra mente, “lo possiede”.
Per esempio la penna bic o lo scotch. Bic e Scotch sono due marchi, due nomi aziendali. Eppure per noi sono diventati anche il prodotto che vendono.

Ma mettiamo da parte la questione “posizionamento” per stavolta e concentriamoci sul logo e tutte le sue varianti.

Cos’è un logotipo.


Il logotipo può già di per sé essere un logo fatto e finito, oppure può essere un elemento del logo assieme a un monogramma, un pittogramma o un simbolo.

Il logotipo è la parte testuale del nome del brand resa in forma grafica, è la forma scritta del marchio a cui corrisponde una fonetica: in pratica, guardandolo lo puoi leggere e leggendolo saprai come pronunciarlo.

È più facile di quel che sembra, sono ottimi esempi di logotipi Coca Cola, NASA, Google, FedEx, Lego… Ne siamo circondati, li vediamo quotidianamente, li riconosciamo ogni volta e li chiamiamo semplicemente loghi.

Possiamo quindi dire che il logotipo è quell’elemento di un logo che non manca mai, c’è sempre e che tra i logotipi rientrano anche gli acronimi, ovvero i simboli grafici ottenuti usando solo alcune delle lettere del nome aziendale (IBM O FCA).

Altri tipi di logo: il monogramma.


Il monogramma è la rappresentazione grafica di poche lettere (grafemi) che spesso sono le iniziali di uno o più nomi.
Possono essere rese visivamente attraverso la loro combinazione o la sovrapposizione.

Penso a Yves Saint Laurent, a Chanel, Fendi, Calvin Klein, Louis Vuitton, Gucci, Estée Lauder, D&G, Giorgio Armani…

Ecco che il monogramma può accompagnare il logotipo in un logo, anche se in questi casi il monogramma potrebbe essere l’elemento più utilizzato e diffuso, spesso anche in assenza del logotipo.

Il pittogramma.


I simboli iconici dei loghi si chiamano pittogrammi.
Con iconico non s’intende la fama del simbolo, ma la facilità con cui il simbolo riconduce a un prodotto, servizio, attività.
Anche i pittogrammi, come i monogrammi, vengono spesso separati dal logotipo e diffusi con più semplicità del logo nella sua interezza.

Sono pittogrammi il piccolo robot verde di Android, l’uccellino di Twitter e il simbolo di Batman.
Dopotutto anche Batman è un personal brand nel suo settore.

L’ideogramma.


L’ideogramma è un simbolo non iconico, o comunque che non ha uno stretto legame di senso con ciò che rappresenta.

Per darti un’idea, sono ideogrammi la mela di Apple (Apple, come sai, non vende le mele), il baffo di Nike, il simbolo di Mercedes.

Il marchio combinato, infine, è quindi la versione visiva del marchio nella sua interezza, completa di due degli elementi grafici che abbiamo sfiorato in questo articolo.

Caratteristiche di un logo efficace.


Quando un logo è efficace? Te lo dico io, lo è quando:
• rende l’azienda unica e riconoscibile
• trasmette i valori, la vision, la mission e magari anche la storia del brand
differenzia il brand dalla concorrenza.

Per riuscire a fare tutte queste cose, un logo efficace deve essere:
• Semplice ma non già visto o banale.
• Deve funzionare a colpo d’occhio, essere facilmente leggibile, comprensibile e riconoscibile.
Coerente con i tuoi valori e il tuo tono di voce.
(Perché, pensavi forse di adottare una comunicazione con 24 personalità differenti? Te lo sconsiglio.)
Adattabile a tutti i tuoi canali di comunicazione e promozione, social e non.
Utilizzando il tuo logo su tutti i tuoi canali, confermerai e rafforzerai la tua identità di brand verso i tuoi utenti, sia online che offline.
• Potente anche in bianco e nero.
I loghi colorati sono spesso più accattivanti e oggi, col digitale, sono anche i più utilizzati. Ma nessuno prevede il futuro e potresti aver bisogno di utilizzarlo anche in bianco e nero, quindi è meglio che funzioni anche in questa versione.

Quanto costa un logo?


La creazione di un logo è fatta di una profonda analisi e ricerca.
Si parte dal tuo brand e si finisce a studiare il settore in cui operi, la tua concorrenza, il posizionamento che hai o vuoi ottenere, la tua personalità e i tratti potenzialmente distintivi.

Segue l’aspetto comunemente ritenuto più creativo, quello in cui si dà forma a ciò che è risultato dalla fase precedente, tenendo conto di tutti gli aspetti psicologici e valoriali evocati da segni, forme e colori.
Si arriva a un logo per step e dopo averlo raggiunto si passa alla produzione di tutte le varianti e formati, vettoriali e non, che potrebbero servirti.

Decisamente non si tratta di incrociare due segni a sentimento, per questa ragione il prezzo di un logo non sarà lo stesso per tutti i graphic designer che troverai online, ma puoi farti un’idea sul valore che ho dato io ai miei servizi di creazione logo, prezzo compreso.

 E se vorrai lavorare insieme a me alla progettazione del tuo nuovo logo (o al suo restyling), ti basterà scrivermi o prenotare subito una call conoscitiva gratuita!


Nella definizione del tuo brand ci sono aspetti che spesso riterrai essere più piacevoli da affrontare – che è positivo, chi l’ha detto che tutto debba essere stressante? – ma che potresti sottovalutare.

Tra questi ci sono la scelta del nome aziendale, del logo, delle forme e anche dei colori del brand. Può capitare che, presa/o dalla smania di partire con il progetto, tu finisca per accettare compromessi che non ti convincono del tutto, giustificandoti con “tanto ho tempo per cambiare le cose”.

Verissimo, ma cambiare più avanti potrebbe costarti più del previsto sotto diversi punti di vista, non solo quello economico.

I colori che sceglierai per il tuo brand, palette e logo, rientrano in questa categoria: divertente sceglierli, ma è importante farlo bene fin da subito per evitare problemi.

 

La psicologia dei colori.


Oggi è risaputo che i colori stimolano la mente, richiamano significati ancestrali ed evocano emozioni condivise da tutto il genere umano, seppure con alcune differenze dovute alle esperienze personali e dal carattere di ciascuno di noi.

Pensa che il potere dei colori è tale che esiste la cromoterapia, un percorso terapeutico pensato per risolvere determinati disturbi attraverso l’utilizzo dei colori. E funziona!

Fin dal ‘47 i colori sono utilizzati per capire lo stato d’animo e le personalità degli individui e vengono utilizzati ampiamente con i bambini, poco avvezzi alla lettura e alla scrittura.
I colori sono un valido metodo di comunicazione che utilizziamo, senza farci caso, da sempre.

Facciamo un passo indietro.

In natura i colori non esistono, li vediamo grazie a un processo di elaborazione della luce (succede tutto nella retina dei nostri occhi, mentre noi nemmeno ci facciamo caso!), ma da sempre ci hanno lanciato chiari messaggi: per esempio, quel fungo rosso ci dice “sono velenoso” da millenni e noi ancora proviamo un senso d’inquietudine di fronte a quell’allarme.

La psicologia dei colori approfondisce come i colori influenzano le nostre emozioni e per questo ci aiuta a scegliere di che colore vestirci ma anche quali colori inserire nella nostra brand palette.

 

Il significato dei colori di brand.


Nel marketing si è capita da molto tempo l’importanza dei colori, che vengono utilizzati con grande maestria nelle campagne pubblicitarie a dimostrazione che i colori condizionano le vendite.

Non mi credi? Basta pensare che scegliamo cosa comprare e cosa no anche in base al colore del prodotto (e sì, se ci ragioni un attimo ti accorgerai che anche a te è capitato).

Per la stessa ragione, se ci fai caso, noterai che alcuni colori richiamano subito settori commerciali specifici. Per esempio il rosso è molto utilizzato nell’industria alimentare, il giallo nei distributori di energia, il blu è comune online, soprattutto tra brand che vogliono spingerci a interagire con gli altri (Facebook, Twitter, LinkedIn per nominarne solo alcuni) e così via.

Ma perché succede questo, cosa significa un determinato colore?

 

Come ci parlano i colori: la tua brand palette comunica coi tuoi clienti.


Anche i colori hanno un peso importante nell’identità visiva di un brand, non solo nella rappresentazione del marchio ma in tutta la comunicazione che ne seguirà.
Ecco perché la palette colori non è un esercizio di stile, una moda o una cosa legata all’armocromia ma un vero e proprio studio di ciò che si vuole comunicare e come.

Soffermiamoci brevemente sulle caratteristiche emotive principali e più evidenti dei colori più utilizzati nel marketing.

Rosso.
Il fuoco ha portato il colore rosso nel nostro ipotalamo e lì è rimasto.
Il rosso ci fa venire in mente il pericolo ma anche la forza vitale, l’energia, la passione. Il rosso quindi richiama di sicuro la nostra attenzione, ci fa pensare al cuore, al sangue al pericolo ma anche all’eccitazione.

Giallo.
È stimolante, ci aiuta a sentirci attivi e reattivi, ottimisti, determinati, allegri ed estroversi. È il colore perfetto per trasmettere una sensazione di ottimismo ed energia.

Verde.
Come entrando in un giardino curato, osservare il verde ci trasmette tranquillità, serenità, armonia. Il verde ci fa venire “voglia di fidarci”, richiama l’ecologia, l’innovazione, giovinezza e vitalità.

Blu.
Il blu è il colore preferito in assoluto dal genere umano, ma anche quello dei completi dei politici! E cosa vogliono loro? Farci sentire calmi, pacifici, spensierati… Ci riescono?
Il blu riduce lo stress, stimola la riflessività, ci trasmette lealtà e ci fa sentire accolti e al sicuro.

Arancione.
Anche l’arancione riesce a farci sentire positivi, energici e vitali. È il colore della creatività per eccellenza, ma anche della fiducia.

Viola.
L’eleganza, la spiritualità, la fantasia e la regalità di sicuro sono viola.

Rosa.
Di certo il colore della femminilità, del romanticismo e della delicatezza.

Marrone.
Questo è il colore dei tronchi degli alberi, della terra sotto i nostri piedi e va utilizzato con accortezza per non evocare sensazioni negative di sporcizia e trascuratezza.
È un colore elegante, sofisticato, confortevole e “tranquillo”.

Grigio.
Il grigio è elegante e raffinato, molto utilizzato da case automobilistiche e informatiche, soprattutto se rivolte a un target alto spendente. Proprio come il metallo, richiama solidità, resistenza e durevolezza.

Bianco.
Minimalista, puro, spirituale. Lo usiamo tutti prima o poi, ma chi lo inserisce nella propria brand palette, potrebbe essere tranquillamente un animo zen.

 

Come scegliere i colori per il tuo brand.


Fin qui ho voluto darti una panoramica della questione “colori per brand”; anche l’analisi dei significati dei (pochi) colori che ho affrontato, è la più veloce che potessi fare: tra le altre cose, va tenuto conto della gradazione della tonalità del colore visto che da questo dipende se il colore scelto avrà un’accezione positiva o negativa e in che misura oscillerà tra le due.

Per scegliere i colori per il tuo brand, ti consiglio di superare l’empasse del “mi piace/non mi piace” – che è comunque un aspetto da considerare – e di sbizzarrirti:

  • Guarda che colori hanno scelto i tuoi competitor. Perché hanno adottato proprio quelli? La risposta ti sarà utile non per imitarli ma piuttosto per cercare di differenziarti!
  • Evita l’arcobaleno se non sei un unicorno. 🦄
    Scegli da 2 a 5 colori al massimo per la tua brand palette e usali in maniera ponderata ed efficace per esaltare contrasti e trasmettere i tuoi messaggi.
  • Verifica sempre il significato dei colori che pensi di poter adottare attraverso la psicologia dei colori.
  • Tieni a mente il tuo target: capirà cosa vuoi comunicare con la tua palette? Quali sono i suoi preconcetti culturali o esperienziali e come “vive” certi colori?
  • Fatti ispirare da immagini, dipinti, fotografie e visual. Guarda cosa ti colpisce, chiediti perché e personalizza, a tua volta, l’utilizzo di quelle ispirazioni.
  • Divertiti, soprattutto!

È vero che un lavoro ben fatto è meglio di uno mediocre, ma è altrettanto vero che esiste sempre la possibilità di correggere il tiro in un secondo tempo.

No stress insomma e se hai paura di utilizzare i colori sbagliati nella tua identità visiva di brand parliamone in una call gratuita, sarei più che felice di aiutarti a fare un check! ✎

 

Ammettilo, almeno una volta nella vita anche tu ti sei chiesto cos’è un’identità visiva di brand e se davvero ti serve.
Non troppo tempo fa era diffusa l’idea che l’identità visiva fosse quasi a uso esclusivo delle grandi aziende, magari delle multinazionali più famose. Per fortuna negli ultimi anni in molti hanno compreso il valore di un’identità visiva di brand che diventa sempre più parte integrante delle strategie di comunicazione dei freelance e delle aziende più strutturate.

Di cosa si tratta?
Per semplificare molto, ti dirò che l’identità visiva di un brand è quel sistema di segni, forme e colori che lo rendono subito riconoscibile su qualsiasi canale – online e offline – e in qualsiasi contesto.
Ora potresti dirmi: “Ok Roberta, e perché questi segni, forme e colori sono così importanti, a cosa servono?”
Pensa all’identità visiva come all’insieme degli elementi visibili di un brand – che andremo ad analizzare in questo articolo – progettati per rafforzare una buona brand identity che aiuti il professionista a definire la propria brand image.

Voglio elencarti gli effetti collaterali benefici di una brand identity che funziona:

  • aumento dell’autorevolezza
  • trasmissione dei valori aziendali
  • maggior potere competitivo del brand 
  • trasmissione dell’unicità della marca
  • memorabilità

Ecco che nemmeno io, che volevo spiegare facile l’identità visiva, sono riuscita a evitare certe parole: brand identity e brand image.
Mi faccio perdonare subito e ti racconto cosa sono, a parole mie.

Differenza tra brand identity e brand image.


Anzitutto brand identity e brand image non sono la stessa cosa.
Queste espressioni, spesso, vengono erroneamente usate in modo interscambiabile, ma identificano due concetti del marketing molto diversi tra loro.
Niente paura perché comprenderne la differenza è tanto semplice quanto confonderli!

La brand identity è come il marchio vuole essere percepito dal proprio target.

La brand image, al contrario, è come il target di un’azienda percepisce l’azienda stessa.

Non possiamo essere nella mente degli altri, ma la brand image è, grazie al cielo, misurabile. Per farlo si possono utilizzare indicatori di fedeltà dei clienti al marchio, della qualità percepita dei servizi o prodotti offerti e del mood, dei valori e delle emozioni che il brand richiama con la sua identità nella mente delle persone.
Il risultato di questa analisi – che ti consiglio caldamente di fare, prima o poi, attraverso interviste, questionari e feedback – è importante perché influenza le vendite, la notorietà e la reputazione del brand.

Che differenza c’è, invece, tra la brand identity e l’identità visiva?

La brand identity è l’anima del tuo brand. È la voce, il tono di voce del tuo marchio, sono i suoi valori, è il tuo perché… comprende quindi elementi astratti.

L’identità visiva fa parte dell’identità di brand e la va a completare, potenziandone i messaggi attraverso ciò che è visibile (colori, segni e forme) che trasmettono significati simbolici intangibili ma riconoscibili senza sforzo. 

Insomma cara/o freelance, è tutto personal branding perciò sarebbe meglio smettere di sbuffare quando ti chiedono dove ti vedi tra 10 anni.
Anche la tua visione è parte della tua brand identity! 😉

Gli elementi di una visual identity.


Spero che ora sia più chiaro cosa sia la brand identity, perché ho un sacco di altre cose da raccontarti!

Se la brand identity rappresenta ciò che l’azienda vuole trasmettere, o ancora meglio, come il brand vuole essere percepito, significa che è su di essa che possiamo agire per riuscire nel nostro intento.
E gli aspetti visivi – spesso sottovalutati – sono gli elementi più efficaci di una identità di marchio per la loro naturale immediatezza.

L’insieme coordinato di segni, simboli, colori, forme e codici che compongono ogni parte del materiale grafico e visivo che utilizzerai per comunicare coi tuoi clienti, è la visual identity.

Possiamo tradurre gli elementi di una visual identity come segue:

  • logo
  • palette colori, che susciti le emozioni desiderate
  • tipografia, ossia la scelta o creazione studiata di uno o più caratteri tipografici
  • immagini fotografiche e atmosfera visiva
  • tono visivo (coerente con il TOV verbale)
  • icone e pattern personalizzati
  • immagine coordinata (biglietti da visita, grafiche per i social e per il sito web, carta intestata, packaging, ecc.)

A cosa servono tutte queste cose? A far vivere al nostro cliente la brand experience che desideriamo e per fargliela vivere davvero noi dobbiamo progettarla.

Attraverso questi elementi il cliente entra in contatto con il nostro brand per la prima volta e abbiamo bisogno di fare colpo fin da subito, fargli capire che siamo le persone che soddisferanno quel suo bisogno e fare di tutto affinché ci ricordi e torni (per affidarsi a noi).
È nel nostro interesse curare ogni minimo dettaglio per ottenere ciò che vogliamo.

Lo so, concretamente tu vuoi vendere e queste ti sembrano paranoie mentali da proto-hipster.
Ma il mercato è saturo, tutti conosciamo più di un professionista che si dedica a soddisfare lo stesso bisogno che soddisfiamo noi con il nostro lavoro.
Ecco perché è importante creare un’identità di brand forte, coerente, differenziante e riconoscibile, per instaurare relazioni anziché creare un mero catalogo di servizi.
Le persone si fanno guidare dalle emozioni anche in fase d’acquisto, scelgono i brand nei quali si riconoscono perché hanno i loro stessi valori o vorrebbero somigliargli. 

I tuoi clienti vogliono sentirsi parte di qualcosa che tu rappresenti: falli entrare nel tuo mondo.

Identità visiva: ecco perché averne una.


A questo punto vorrei infilare i guanti chirurgici e dissezionare con te un’identità visiva.
Non le faremo male, lo giuro!

Dobbiamo analizzare il logo, i colori, il carattere tipografico, pattern, icone coordinate, immagini.

A cosa serve un logo.


Il logo è probabilmente ciò che utilizzerai di più in tutta la tua comunicazione, lo “infilerai” dappertutto: sulle grafiche e le foto online, sul sito, sui gadget, sui documenti e su tutto ciò che deciderai di stampare o diffondere in rete.

Ecco perché è così importante.
Il logo è di solito progettato per durare il più a lungo possibile.
Sono ovviamente prevedibili rebranding, restyling, aggiornamenti che trasmettano l’evoluzione della marca e piccole grandi modifiche, ma il primo logo detterà una sorta di linea familiare da mantenere.

Ricorda, un logo non deve essere carino ma efficace!

L’efficacia di un logo dipende dalla sua capacità di esprimere con chiarezza e semplicità l’intera anima ed essenza del progetto, perciò deve essere:

  • semplice (ma non banale)
  • appropriato, adeguato al target e coerente con i valori che si vogliono trasmettere e con quello che si offre
  • in grado di incuriosire e raccontare una storia
  • versatile e adattabile a qualsiasi utilizzo
  • distinguibile e indimenticabile

Vuoi ancora creartelo su Canva o deciderai di chiedere aiuto alla tua graphic designer?

Esistono diversi tipi di logo e ciascuno di questi ha le proprie caratteristiche. Te le racconto in questo articolo.

I colori influenzano le emozioni.


Anche i colori hanno un peso importante nell’identità visiva di un brand, non solo nel logo ma in tutta la comunicazione che ne seguirà.
Ecco perché la palette colori non è un esercizio di stile, una moda o una cosa legata all’armocromia ma un vero e proprio studio di ciò che si vuole comunicare e come.

Analizzando solo i colori primari, avremo già una scala piuttosto ampia di emozioni e significati che possono essere evocati, ma c’è un aspetto ancora più immediato e facilmente comprensibile dell’importanza dei colori: sono la prima cosa che i nostri occhi notano, istintivamente.

È una questione da “cervello rettile” e sì, ne abbiamo tutti uno.
Il cervello rettile è quella parte del nostro sistema nervoso che individua in modo naturale e immediato cosa è pericoloso e cosa no. È la base della sopravvivenza.
Pensa a quante cose in natura hanno colori che dicono “ehi tu, stammi lontano o ti uccido”, quante altre, invece, sono colorate per permettere l’accoppiamento e la continuazione della specie.

Spero di aver portato tesi sufficienti a farti capire l’importanza dei colori che sceglierai per la tua comunicazione, ma ho altro da dirti.

La scelta dei caratteri tipografici.


I caratteri tipografici sono segni visivi che ci permettono di comunicare.
Anche in questo caso dobbiamo chiederci cosa vogliamo comunicare, a chi, in che modo?

La tipografia è la progettazione della forma delle lettere e dello spazio bianco che le divide.
Questa definizione ci porta già a una valutazione molto basica: di qualsiasi forma esse siano, come ci fanno sentire delle lettere molto vicine tra loro? E lettere che tendono a destra verso l’alto? Cosa trasmetterebbero dei grafemi che puntano in basso? E quelle con tutti i ghirighori?

Io ho un paio di consigli sopra a tutti:

  • prediligi sempre la semplicità e la chiarezza
  • utilizza da uno a massimo tre font differenti, non di più (vale sempre meno è meglio).

I caratteri tipografici sono un altro elemento sottovalutato che ha, in realtà, una grande capacità di rendere coerente un’identità visiva.

Pattern e icone coordinate.


Il pattern è un “motivo” grafico replicabile all’infinito.
Un elemento forse meno conosciuto ma dal grande potenziale.

Progettarne uno ad hoc per il tuo brand significa differenziare le tue grafiche e renderle originali e personalizzate.
Può essere usato sul sito, sulle grafiche social, ma anche nel packaging e può potenzialmente brandizzare qualsiasi cosa.
Per questo trovo sia utile a sottolineare la personalità del brand e ad aumentarne la qualità percepita.

Così come delle icone personalizzate per i tuoi servizi. Quale miglior modo di esprimere l’unicità della tua offerta se non differenziando anche il suo impatto visivo?

Immagini e atmosfera visiva.


Ti consiglio di fare un buon servizio fotografico professionale, così avrai tante foto che potrai utilizzare per sito, social e molte delle cose che ti verrà in mente di fare.
Cerca di affidarti a un fotografo esperto in foto di brand, oppure prova a elaborare tu un concept che richiami visivamente il tono di voce della tua attività.

In ogni caso puoi selezionare tu in persona delle immagini in base ai tuoi colori o ai soggetti rappresentati (o entrambi). Occhio però! Evita foto stock banali che tutti possono recuperare e che sicuramente si sono già viste in giro, anche più di una volta.

Se hai già tutte queste cose in mano, sei a metà strada!
Ora sarà “solo” necessario applicare gli elementi a tua disposizione ai vari formati e sistemi di comunicazione che comporranno la tua immagine di brand.

Ricorda: la tua narrazione visiva dovrà catapultare le persone nell’atmosfera che hai scelto per il tuo brand, dovrà essere coordinata e uniforme attraverso tutti i tuoi canali, digitali e non, come fosse un’unica inconfondibile esperienza.

I biglietti da visita sono ancora necessari?


 

Parliamo dei biglietti da visita.
Fammi indovinare, sei freelance digitale e pensi che i biglietti da visita non ti servano.
Forse i primi mesi, in effetti, potresti vivere benissimo anche senza, ma quando al bar senti il tuo cliente ideale dire al barista che sta cercando una figura come la tua, che fai? Gli scrivi la mail sul tovagliolo del bombolone fritto?
E agli eventi di settore? Su, fai le cose per bene e non farti trovare impreparata/o dalle belle cose che possono succederti.

I biglietti da visita sono la sintesi estrema e perfetta di quello che è il tuo brand: un rettangolino, due facce. “Tutto qui”.
Intendo tutto in senso letterale, perché conterrà i tuoi recapiti, i tuoi font, i tuoi colori e magari anche il tuo pattern.

Puoi scegliere su che tipo di supporto stamparli evidenziando già i tuoi valori, scegliendo ad esempio carta riciclata.
Puoi usarli per offrire un “regalo” ai tuoi clienti attraverso un QR code. Insomma, le soluzioni creative sono infinite!

L’immagine coordinata serve a renderti riconoscibile, ovunque. Per quanto riguarda l’online infatti:
– un social media kit ti semplificherebbe la vita
– puoi pensare a un’intestazione personalizzata per la tua newsletter
– grafiche create ad hoc per il tuo sito web
– copertine per le anteprime dei tuoi video

A seconda delle tue necessità potrebbero servirti anche carta intestata, brochure, volantini… un mare di cose.

Esiste una sola regola: mantieni sempre la coerenza visiva tra tutti questi elementi.

Come creare un’identità visiva di brand?


Forse starai pensando “A Robbé, tutto molto bbello ma quindi?!”.

Di certo il percorso verso la propria identità visiva di brand parte da una fase introspettiva, dove si affrontano tutte quelle cose di cui, forse, hai già piene le orecchie (valori, mission, vision, offerta, ecc).
Se su questi aspetti del tuo brand ti senti “a posto”, puoi chiedere una mano al tuo graphic designer di fiducia (che sono io, vero?).

Come hai potuto valutare da questo articolo, la creazione di un’identità visiva non è crearsi un logo su Canva o usare i colori della squadra di calcio del cuore, si tratta di uno studio attento che tiene in considerazione davvero moltissimi aspetti, addirittura in parte psicologici e ancestrali.

Perciò, se vuoi vedere come ho curato le identità visive dei brand dei miei clienti per farti un’idea, puoi dare un occhio al mio portfolio e decidere se partire da una consulenza – per capire se, dove e come migliorare – o se prenotare una call conoscitiva gratuita: conoscerti sarà un piacere e non dico mai di no a un buon caffè, anche se virtuale!

 

Fissa i tuoi obiettivi negli occhi con la brand vision board.


Se i tuoi sogni e le tue ambizioni più grandi avessero gli occhi, li guarderesti proprio lì?

Oppure ti soffermeresti sui contorni, sulle linee, sulle sfumature e sui colori principali?

Probabilmente faresti tutt’e due le cose, non fosse che gli obiettivi spesso sono intangibili, difficili da visualizzare davvero e soprattutto a occhi aperti – anche se tutti i guru del marketing ci dicono di farlo.

Immaginare i dettagli degli obiettivi che vuoi centrare è una forte spinta alla tua motivazione e un ottimo carburante per le azioni che deciderai di compiere per arrivarci.

La brand vision board serve a questo: aiutarti a visualizzare la tua realizzazione e mantenere alta la motivazione e la concentrazione sulla “meta”.

È per questa sua efficienza nel tenerci focalizzati che è utile creare una brand vision board: lo sanno bene i freelance come noi (e non solo!), che i primi di Gennaio di ogni anno si ricordano di creare la propria, insieme alla parola dell’anno.

Quindi daje, scopriamo il potere intrinseco di una buona vision board!

Come creare una brand vision board?


La creazione della tua vision board è un processo intenso e stimolante che parte da dentro di te, ma è semplice e tutti possono riuscirci.
La prima cosa da fare è dedicarti del tempo che sia solo tuo, per rilassarti, ascoltarti e risponderti con sincerità.

Chiediti:

dove vorresti essere tra un anno

– quali traguardi vorrai aver raggiunto al momento di tagliare il pandoro

– che cosa ti piace 

che tipo di persona e professionista vuoi diventare

– che cosa vorresti fare, come vorresti trascorrere le tue giornate

Il nostro cervello ragiona bene per immagini, sarà automatico per lui restituirti una sorta di fotografia del futuro! 

Concentrati sulle tue aspirazioni in ogni campo: lavoro, vita privata, famiglia, salute, tempo libero… E fai un vero e proprio elenco dei tuoi obiettivi.

FFFatto?

È il momento di prendere appunti!
Annota le tue risposte, senza tralasciare le sensazioni che provi visualizzandoti in quelle situazioni e scrivi tutte le parole che secondo te completano le tue note.
Se ce l’hai, schiaffaci sopra anche la tua parola dell’anno che male non fa!

Immagina il futuro, poi crealo.


Ora viene la parte divertente.
Cerca online le immagini che rispecchiano le parole che hai trovato. Pinterest è ormai una fonte accreditata dai migliori produttori di brand vision board 😊, ma puoi trovarne davvero ovunque!

Se preferisci puoi vivere un’esperienza ancora più immersiva, secondo me, lasciando spento il pc: usa ritagli di giornale, fotografie, stampe, bigliettini scritti a mano, fiori secchi, tessuti, caramelle succhiate… Tutto ciò che riporterà alla tua mente sensazioni ed emozioni che rispecchiano le parole che hai scelto.

Unisci tutto, crea un collage a mano o, se hai scelto la versione digitale, prova a creare un file carino con Photoshop, Canva o un programma preesistente di Office.

Scegli tu come creare la tua vision board annuale, i colori, le immagini, le parole, il supporto su cui mettere insieme i pezzi (puoi anche appendere tutto direttamente sulla tua parete, se te la senti), abbelliscila un po’.
Quando avrei terminato piazzala dove puoi vederla bene e spesso.

Hai appena dato forma al tuo futuro, che da questo momento è più reale di quanto sia mai stato finora, ma non è finita qui.
Da oggi in poi dovrai farti un’altra domanda, ogni volta che fisserai negli occhi la tua vision board: 

“Cosa posso fare per avvicinarmi alla mia visione?”
Ma poi fallo, eh!

Rimani centratə.


In qualunque fase della tua vita ti trovi, la vision board è uno strumento concreto che nasce da te, dalle tue intenzioni più profonde, per aiutarti a diventare la persona che vuoi tu.
Può parlare del tuo brand ma non per forza, o comunque non soltanto del tuo lavoro. Ricorda sempre che siamo fatti di equilibri e disequilibri, che le nostre esistenze non sono limitate alla sfera professionale.

La vision board mostra chiaramente, un’immagine dopo l’altra, la strada che vorresti percorrere e gli obiettivi che vuoi raggiungere.
Può cambiare con te nel corso dei mesi, è modificabile, quasi viva.
Ogni tanto puoi prenderla in mano e riflettere con lei su come stanno andando le cose, addirittura cambiarne i dettagli.

La tua vision board ti accompagna lungo il tuo cammino e cresce con te, alla tua stessa velocità.

E se un oggetto così semplice può aiutarti a restare centratə, non significa che mantenere la rotta sia altrettanto facile.
Una simile concentrazione è questione di costanza e determinazione, che vale la pena sperimentare nel tuo interesse e che ti restituirà anche qualche insegnamento.

Per esempio, io ho imparato che la meta è importante, ma la vera bellezza è il piacere di esplorarsi ed esplorare. Senza fretta e senza pretese, guardandosi dritti negli occhi.
Proprio dove ora puoi fissare i tuoi obiettivi più ambiziosi. <3